“Nell’aprile del 1993, un gruppo di persone decide di manifestare concretamente la propria solidarietà verso i più poveri ed emarginati, dando vita a un progetto di assistenza basato sul volontariato e affrancato da qualsiasi logica di appartenenza politica o religiosa.
Nasce allora l’Associazione Camminare Insieme. 
Proprio all’inizio degli anni Novanta, cominciavano a manifestarsi in maniera sempre più evidente molti problemi legati al fenomeno dell’immigrazione, tra i quali la tutela della salute degli immigrati, regolari e non. Data la presenza di altre realtà già operanti in questo campo, decidemmo di informarci circa i bisogni che più difficilmente riuscivano ad essere soddisfatti.
Così nacque l’idea di aprire un ambulatorio dedicato a tutti coloro che non potevano usufruire del Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
La prima difficoltà fu di individuare una struttura da adibire ad ambulatorio, considerando la limitatezza delle nostre risorse economiche; ma finalmente, dopo mesi di ricerche, venimmo a sapere che erano disponibili i locali dell’Ospedaletto Santa Filomena, che la marchesa Giulia di Barolo aveva fatto erigere nel 1834 per la cura dei più poveri.
Questi locali vennero concessi alla nostra Associazione in comodato gratuito dall’Opera Pia Barolo e così, con poca spesa e tanto lavoro da parte di un nutrito gruppo di scout e volontari, furono ristrutturati e giudicati idonei per dare inizio all’attività del poliambulatorio.
Intanto, mentre la ristrutturazione dei locali procedeva, si formava il primo gruppo di volontari, medici e non, che si riunivano periodicamente progettando in dettaglio l’organizzazione del futuro ambulatorio.
I primi finanziamenti importanti, che ci permisero di acquistare due riuniti di seconda mano per lo studio dentistico, furono quello di Specchio dei Tempi e della signora Domenica Cibrario.
L’apertura ufficiale dell’ambulatorio avvenne il 28 febbraio 1994. Il primo paziente si chiamava El Kamel, contadino, padre di sette figli, veniva dal Marocco e si trovò circondato dalle premure di quattro o cinque volontari.

[…] All’inizio non potevamo prevedere se e quanto il nostro impegno sarebbe stato utile, ma su alcuni punti eravamo tutti d’accordo: volevamo andare incontro a dei bisogni reali e volevamo che ognuno dei volontari mettesse a disposizione, valorizzandola in maniera adeguata, la propria professionalità.”.
Corrado Ferro (1932-2012)