Le Nostre Origini

DALL'INTERVENTO DI FIORELLA FERRO AL CONVEGNO "LA SALUTE È UN BENE COMUNE"
Villa Raby, 25 ottobre 2019

 

Questa relazione ha come titolo Presentazione attività e dati della Camminare Insieme, ma comincerei dal raccontare come è nata, perché mi piacerebbe che i volontari che ogni giorno mettono a disposizione tempo e professionalità, e anche quelli che vorranno farlo, conoscessero la storia dell'Associazione.

Vorrei soprattutto parlare delle persone e delle circostanze che hanno portato alla realizzazione di un Centro dedicato alla tutela della salute delle persone più vulnerabili, così come lo vedete oggi.

Prima di tutto voglio spiegare perché l'associazione ha questo nome, Camminare Insieme, e come e perché a un certo momento alcune persone hanno deciso di tentare questa avventura, che ha coinvolto fino ad ora 989 volontari e 50.100 persone che hanno chiesto un aiuto.

Questa avventura è iniziata 25 anni fa, nel 1994, con l'apertura del poliambulatorio di via Cottolengo 24/A, ma ha radici molto più lontane.

Il nome, Camminare Insieme, è il titolo di una Lettera Pastorale del cardinale Michele Pellegrino, che fu arcivescovo di Torino dal 1965 al 1977 e “si distinse per l'attenzione ai problemi concreti dei poveri e per il mondo del lavoro”, come si legge in una sua biografia.

Il cardinale Pellegrino aveva presentato questo documento, in data 8 dicembre 1971, con lo scopo di proporre una riflessione sulle esigenze di una società in tumultuosa trasformazione, riflessione che portasse la Chiesa torinese a un dialogo con le componenti più deboli della società, quelle che non contano, fra le quali il cardinale poneva la nuova classe degli immigrati.

Ma era il 1971, e gli immigrati ai quali si riferiva Pellegrino nella lettera “Camminare Insieme”, accostandoli ai poveri, erano italiani, cioè persone che, attratte dalla prospettiva di un lavoro alla FIAT, lasciavano i paesi e le campagne, prevalentemente delle regioni dell'Italia meridionale, e arrivavano nelle città del nord.

Gli abitanti di Torino, che nel 1951 erano poco più di settecentomila, nel 1971 erano arrivati a quasi un milione e duecentomila, proprio a causa del fenomeno dell'immigrazione interna. Sembrano cifre incredibili: circa quattrocentocinquantamila nuovi cittadini iscritti all'anagrafe di Torino in 20 anni.

Non si costruivano case popolari e i nuovi arrivati si sistemavano in alloggi di fortuna, che potevano essere soffitte, cantine o le cosiddette “casermette”, come quelle di borgo San Paolo, che nel dopoguerra avevano ospitato profughi dall'Istria e dalla Dalmazia.

Meno di due mesi dopo l’uscita della lettera “Camminare insieme”, la notte del 27 gennaio 1972 cinquanta famiglie occupano un edificio ancora vuoto, di edilizia residenziale, in via De Canal, a Mirafiori Nord. Pochi giorni dopo, il 31 gennaio, centinaia di poliziotti sgombrano gli alloggi occupati. 

Don Piero Nota, parroco della chiesa del Redentore, che si trova a due passi da via De Canal, accoglie queste persone in una struttura vicina alla casa parrocchiale. Alcune persone si accampano anche nella chiesa.

In un libro che ripercorre la storia del quartiere di Mirafiori Nord, ci sono alcune foto, con titoli di giornali dell'epoca, che ci danno un quadro della situazione drammatica degli immigrati, italiani, soprattutto per quanto riguardava il problema della casa.

Questa era la situazione a Torino quando Pellegrino scrisse la Camminare Insieme, e dalla lettera traspare il suo desiderio di rispondere ai bisogni di una società nella quale “....troppe volte le strut­ture sociali non rispettano l'uomo, non lo riconoscono quale valore primario”.

Per me e mio marito Corrado, che abitavamo abbastanza lontano dalla piazza Giovanni XXIII, dove è la chiesa che aveva accolto le famiglie, l'occasione per conoscere quella parrocchia fu proprio l'episodio delle case occupate. Cominciammo ad andare a messa in quella chiesa, perché ci sentivamo in sintonia con don Piero Nota, il parroco, e il suo modo di interpretare i fatti alla luce del Vangelo, con la stessa apertura ai problemi che aveva mostrato il cardinale Pellegrino. 

 

La copia della lettera “Camminare Insieme”, che ho trovato fra i libri di mio marito, è un libretto di 49 pagine, letto, riletto, con varie sottolineature e annotazioni, che mio marito cominciò a leggere l'11 maggio 1972

Qualche tempo dopo entrammo a far parte di un gruppo di famiglie, ancora giovani, che si riuniva settimanalmente nei locali della casa parrocchiale del Redentore. Parlo di questo perchè il Gruppo Famiglie, così si chiamava, è stato quel terreno, fatto di amicizia, fiducia reciproca, condivisione di idee, nel quale affondano le radici che hanno portato alla nascita della Camminare Insieme, e che hanno permesso che diventasse quella che è oggi.

Nei primi anni Ottanta don Piero Nota, il parroco del Redentore, aveva deciso di continuare la sua missione in Guatemala e venne sostituito da don Gianni Bernardi.

Vent’anni dopo la Camminare Insieme, nel 1992, un giorno don Gianni parlò al Gruppo Famiglie di un documento che il cardinale Saldarini presentava alla chiesa torinese, invitando i parroci a farlo conoscere ai fedeli che frequentavano la Messa domenicale. Questo documento portava la data dell'8 settembre 1992 e consisteva in uno studio, sollecitato dal cardinale, sul fenomeno dell'immigrazione straniera. Il titolo del documento era Olio e Vino, che sono i segni della “premura fraterna” del buon samaritano che medica le ferite del poveretto assalito dai briganti, e l'argomento affrontato era “la questua alle porte delle chiese, in collegamento anche ai problemi emersi dalla recente immigrazione

Mentre il cardinale Pellegrino, nel 1971, parlava di immigrati riferendosi agli italiani, 20 anni dopo un altro cardinale si riferiva a persone che arrivavano da altri Paesi. E non solo dall'Europa, ma anche dall'Asia, dall'America Latina, dall'Africa.

Ciò che preoccupava il Cardinale, e con lui certamente gran parte delle persone che avvertivano l'importanza del fenomeno dell'immigrazione, era la dispersione degli aiuti rivolti a questa nuova categoria di poveri ed emarginati. Sarebbe interessante rileggere oggi, a distanza di 27 anni, quel documento “Olio e Vino”.

Per essere sincera, devo dire che nessuno di noi, del Gruppo Famiglie della parrocchia Redentore, lesse allora il documento per intero, come invece era successo per la lettera Camminare Insieme. Arrivò comunque il messaggio: non fate l'elemosina spicciola, che può essere anche una forma di disimpegno, ma aiutate in modo organizzato.

Allora ci vennero in mente i poveri che arrivavano al Centro di Ascolto della parrocchia i quali, fra le altre cose, spesso avrebbero avuto bisogno del medico, e pensammo che forse anche tanti stranieri, specialmente gli immigrati irregolari, senza documenti, non sapevano dove andare quando avevano problemi di salute.

In parrocchia avevamo una stanza piena di campioni medici, che negli anni '90 circolavano in abbondanza. Li selezionavamo e li inviavamo, ormai da qualche anno, ai missionari di un villaggio in Madagascar, da dove proveniva un giovane medico che si era appena laureato, e che io e mio marito avevamo aiutato per alcuni anni, insieme al Gruppo Famiglie.

Dissi a don Gianni: ” Abbiamo le medicine e un medico. Se avessimo una stanza e un lettino potremmo fare un ambulatorio per i poveri”.

Don Gianni rispose :”Io ci sto”.

Il medico malgascio diede subito la sua disponibilità. Ne parlò con altri giovani medici stranieri e li invitammo per una riunione al Redentore. Renzo Friolotto, un grande amico molto sensibile ai problemi sociali, morto ormai da alcuni anni, preparò per questa prima riunione un documento intitolato: “Prima ipotesi per un progetto: servizio di assistenza sanitaria per extracomunitari

Questo documento porta la data del 14 ottobre 1992: era passato appena un mese dalla diffusione del documento “Olio e Vino” e dall'invito del Cardinale a “usare discernimento” quando si vuole dare aiuto a chi ne ha bisogno. Rileggendolo oggi, non si può fare a meno di chiedersi come sia stato possibile che, nel momento in cui avevamo appena una vaga idea di cosa fare, qualcuno abbia potuto scrivere il progetto di un ambulatorio.

Da allora tutto andò in fretta: meno di un mese dopo, l'11 novembre 1992, in una riunione della Commissione Caritas delle parrocchie di Mirafiori Nord, si parlava del “Progetto Redentore”. Dopo due mesi dalla pubblicazione della lettera “Olio e Vino” c'erano già state riunioni e contatti con enti e associazioni (Caritas Diocesana, Croce Rossa, Cottolengo, Padri Camilliani, Anpas, Protesi Dentaria Gratuita ...). 

Un grande aiuto ce lo diede padre Adolfo, della Comunità Madian dei Padri Camilliani, che allora ospitava giovani stranieri con problemi di salute, a Torino senza una famiglia e senza una casa. Ci sostenne e ci aiutò fino al punto di accettare di far parte dei soci fondatori dell’associazione che avevamo deciso di costituire per portare avanti il progetto.

La domenica 21 marzo 1993 ci fu una sorpresa: una giovane giornalista, Maria Teresa Martinengo, aveva scritto un articolo su La Stampa per riferire sulla Giornata Caritas che si era tenuta il giorno precedente al Teatro Valdocco. In quella giornata, fra gli altri argomenti, la Martinengo riferisce che si era parlato di “.....un'iniziativa della Parrocchia del Redentore, a Mirafiori, sul fronte della salute dei cittadini extracomunitari”. 

Ormai qualcuno ci conosceva e ci dava fiducia e questo diede più forza per andare avanti.

In quel periodo, ma non siamo riusciti a ricostruire esattamente quando, venimmo a sapere che un gruppo di persone, che si riuniva nella parrocchia di Gesù Nazareno, stava pensando a un progetto che prevedeva di offrire assistenza odontoiatrica gratuita a persone in difficoltà.

Ci incontrammo e decidemmo di fare un progetto comune: l'ambulatorio, oltre al medico, avrebbe avuto anche un dentista.

Il 4 aprile 1993 avevamo pronto uno Statuto e ci trovammo in undici nello studio di un notaio, in corso Vittorio Emanuele, per firmare l'atto costitutivo dell’associazione. Decidemmo che il presidente sarebbe stato Paolo Manzone, il più giovane di tutti, che era il leader e l'animatore del gruppo che si riuniva nella chiesa di Gesù Nazareno.

Paolo rimarrà in carica fino al settembre 1995, quando mio marito Corrado Ferro fu eletto presidente, restando in questo ruolo fino alla sua morte, nel novembre 2012. Successivamente è stato eletto presidente Lorenzo Brunelli, al quale un anno fa è subentrato l’attuale presidente, Sergio Durando.

Il nome dell’associazione, Camminare Insieme, fu deciso da mio marito perché quella lettera del cardinale Michele Pellegrino, scritta più di vent’anni prima, aveva segnato profondamente la sua vita, confermandolo nella convinzione che “la giustizia è il fine, la solidarietà e la legalità sono i mezzi”. Questi principi sono stati la sua guida, prima nell'attività di sindacalista, poi in quella di amministratore pubblico come presidente di una USSL, e infine negli anni dedicati al volontariato.

Era solo il primo passo: avevamo un'identità, potevamo presentarci come Associazione e questa era la condizione minima indispensabile per cominciare a cercare una sede.

Cominciò un periodo difficile: non riuscivamo a trovare dei locali adatti e, se li trovavamo, ci chiedevano un affitto troppo alto.

Poi accadde che uno dei soci fondatori venne a sapere di un progetto fra l'Opera Pia Barolo e la Fondazione Università della Terza Età, che avrebbe avuto la sede in una struttura di via Cottolengo 24, dove però rimanevano dei locali inutilizzati. E questi locali facevano parte di un ospedale fatto costruire dalla marchesa Giulia di Barolo e inaugurato nel 1845, l'Ospedaletto di Santa Filomena. 

Dopo aver preso contatti con i responsabili dell'Opera Pia Barolo (allora si chiamava così), potemmo visitare i locali. Ci venne spiegato che fino al 1978 l'Ospedaletto era, appunto, un ospedale, destinato a religiosi: a piano terra trovammo una sala operatoria, una stanza destinata a lavanderia, con una caldaia enorme per la sterilizzazione di teli e camici, e due ambulatori. Tutto era inutilizzato dal 1978, anno in cui le varie istituzioni per l'assistenza sanitaria, le mutue, erano state unificate nel Servizio Sanitario Nazionale. 

Nel giro di pochi giorni fu firmata una convenzione fra l'Opera Pia Barolo e l'Associazione Camminare Insieme, che ottenne l'utilizzo dei locali a titolo gratuito in quanto “....il progetto rientrava negli scopi istituzionali dell'Opera Pia Barolo”.

Era il 6 giugno 1993.

Da quel momento capimmo che il progetto di un ambulatorio sarebbe diventato realtà, e cominciammo a fare progetti su come ristrutturare e attrezzare quei locali. Il problema maggiore erano le spese da affrontare.

Sapevamo che non ce l'avremmo mai fatta da soli e Corrado pensò di rivolgersi a persone che aveva conosciuto nel corso della sua attività di dirigente sindacale e presidente di una USSL, con le quali erano nati rapporti di reciproca stima. Così scrisse all'avvocato Cuttica, che allora era presidente della Fondazione Specchio dei Tempi. Non aveva niente di concreto da mostrare, se non dei locali vuoti e un progetto ancora molto vago. Abbiamo ancora la bruttacopia di una lettera inviata all'avvocato e la risposta a nome di Specchio dei Tempi, con l'annuncio di uno “stanziamento” di trenta milioni di lire per l'acquisto di “una poltrona dentistica dotata di accessori”. Si parlava di stanziamento perché i locali destinati all'ambulatorio odontoiatrico dovevano ancora essere ristrutturati e nessuno poteva essere sicuro che ci saremmo arrivati....

Don Gianni Bernardi, il nostro parroco, parlò del progetto con il cardinale Saldarini, e nel mese di dicembre arrivò una lettera con una donazione di dieci milioni destinati al “Centro di interventi sanitari per i migranti”. Nella lettera il cardinale Esprimeva anche la sua “gratitudine per l'attenzione prestata a questi nuovi bisogni emergenti”. 

Poi pensammo di partecipare a un bando del Comune chiedendo un contributo per la ristrutturazione dei locali. La risposta, che annunciava un finanziamento di 25 milioni di lire, arrivò a gennaio 1994.

Fra le persone che si impegnarono maggiormente per arrivare all'apertura dell'ambulatorio, ci fu il professor Emanuele Revelli, già in pensione, che era stato primario del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell'ospedale Maria Vittoria, e si era legato di profonda stima e amicizia con Corrado dal periodo in cui era stato presidente della USSL 3, qualche anno prima: si diede da fare per procurare quello che mancava di mobili e attrezzature e per trovare volontari fra i colleghi. Fece anche dono alla Camminare Insieme di una somma ricevuta da una cugina perché fosse destinata in beneficenza. Questa donazione ci permise di comprare la seconda poltrona dentistica da affiancare a quella donata da Specchio dei Tempi.

La stessa cosa accadde con il professor Grillone, primario nel reparto di Malattie Infettive all'Ospedale Amedeo di Savoia: lavorava ancora, ma accettò di dedicare delle ore come medico volontario, e anche lui convinse alcuni colleghi a fare del volontariato.

Si arrivò finalmente al giorno dell'inaugurazione, nel febbraio 1994 che precedette di qualche settimana l'apertura effettiva delle attività, che avvenne il 21 dello stesso mese. Accettò l'invito il cardinale Saldarini, che non aveva dimenticato che il documento da lui promosso, “Olio e Vino”, aveva dato l'impulso decisivo alla nascita del progetto. Nelle foto appare il cardinale con i pimi medici volontari: il professor Emanuele Revelli, il professor Walter Grillone, il dottor Paolo Mellana, che era presente tutti i giorni per l'ambulatorio di Medicina Generale, il dottor Mosa, che veniva dal Madagascar, il dottor Deza, che veniva dalla Costa d'Avorio.

Pochi giorni dopo, il 21 febbraio 1994, poco più di 25 anni fa, si aprivano le porte dell'ambulatorio. Giorgio Migliore, socio fondatore e responsabile dell'accoglienza, cominciò a scrivere un diario, che purtroppo ebbe vita breve.

Avevamo già pronti tanti pacchi di cartelle cliniche stampate grazie a una donazione della filiale della Banca d'Italia a Torino: un altro contributo molto importante. Al momento dell'accoglienza dei pazienti, veniva compilata la prima pagina della cartella clinica con i dati anagrafici e altre informazioni (scolarità, lavoro, ecc.). Nelle pagine interne i medici inserivano i dati clinici.

Questa cartella è di un giovane morto di AIDS a novembre 1994. Era venuto per la prima volta alla Camminare Insieme nel mese di maggio. Si chiamava Diomandè.

La collaborazione di medici di lunga esperienza nella professione con informatici aggiornati sulle nuove tecnologie, consentì di raccogliere in formato elettronico, fin dall'inizio delle attività dell'Associazione, i dati anagrafici dei pazienti ed il codice nosologico (secondo la classificazione ICD9) che i medici scrivevano in cartella dopo la visita.

Questo fatto permise a un giovane medico volontario, il dottor Cela, di partecipare nel 1995 a un convegno a Perugia dove presentò, nella relazione, dati attendibili sulle attività svolte: ben 9.494 prestazioni (mediche, specialistiche, odontoiatriche) per ben 2.480 persone in 18 mesi dall'apertura dell'ambulatorio. Questi ben sono nel testo della relazione ed esprimono lo stupore del giovane medico per i risultati raggiunti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da gennaio 2008 è stato introdotto un nuovo programma che ha consentito ai medici di lavorare in rete e utilizzare il Computer per registrare le visite, creando un unico archivio informatico. Le cartelle cartacee usate in precedenza, relative a circa 28.000 pazienti, furono scannerizzate grazie alla collaborazione di tre lavoratori retribuiti con i voucher del progetto “Reciproca solidarietà e lavoro accessorio”, finanziato dalla Compagnia di San Paolo. In questo modo è stata realizzata la totale informatizzazione dei dati raccolti durante l’attività dei nostri ambulatori dagli inizi, 25 anni fa, fino ad oggi.

La gestione informatica ci permette di raccogliere e confrontare, anno per anno, una serie di dati sulle attività, sui volontari, sui destinatari, ecc..

 

   
   

Avrei mille altre cose da raccontare: il lavoro fatto con l'aiuto di 989 volontari di 38 nazionalità diverse; le storie di tante persone che hanno avuto bisogno delle cure dei medici, ma non solo di questo; delle donne e delle famiglie che hanno avuto sostegno morale e materiale dalle attività del Salone delle Mamme; di chi ci ha aiutato e finanziato: istituzioni, enti, benefattori.....

Dei volontari, soprattutto di chi non c'è più.

Ma sarebbe impossibile perché diventerebbe un racconto troppo lungo. Le relazioni che seguono vi illustreranno più approfonditamente alcuni aspetti delle nostre attività

Sarei contenta se fossi riuscita a interessarvi e incuriosirvi sul seguito di questa storia, e saremmo felici di rispondere alle vostre domande, se ci verrete a trovare nella nostra sede di via Cottolengo. Abbiamo sempre bisogno di nuovi volontari: il bisogno di salute di tante persone, che avevamo avvertito tanti anni fa, è una realtà ancora oggi. Troppe categorie di persone si vedono negato l'accesso alle cure per ragioni diverse, che possono essere la povertà o la situazione giuridica.

Ma vorrei finire con un pensiero che ho trovato in uno scritto di mio marito, che ci invita ad impegnarci ancora di più:

L’obiettivo strategico è, e dovrà restare sempre, quello di poter cessare l’attività dell’Associazione. La salute è un bene comune e dobbiamo impegnarci perché non rimanga solo un'affermazione di principio, ma diventi una realtà.

 

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